Fra Naldoni e Mecacci un "bel" meno 1 a meno 1.
Il primo round del match congressuale del Pd metropolitano di Firenze, purtroppo combattuto a suon di intervistine sui quotidiani invece che attraverso pubblici dibattiti in cui gli iscritti possano vagliare le capacità dei contendenti, ha visto Simone Naldoni e Patrizio Mecacci finire in parità negativa secondo il mio metro di giudizio.
Dopo aver letto l'Unità Toscana del 26 settembre, assegno loro infatti il punteggio di -1 a -1.
Naldoni ha perso un punto ai miei occhi per aver detto che Mecacci non è una faccia nuova ma anzi già esperto, tirandosi così la zappa sui piedi e contraddicendo chi come me ne metteva in dubbio la nomina proprio sul piano dell'insufficiente esperienza e autorevolezza. Resto, comunque, di quest'ultima opinione e penso che Mecacci rischia di essere ancor più di altri possibili esponenti del partito, per ragioni anagrafiche, il pupazzo di qualche caminetto oscuro ai più. Certo se il suo avversario Naldoni fa di questi autogol non è che prometta molto meglio.
A Mecacci, invece, tolgo un punto perché ha sostenuto che bisogna abbassare il limite dei mandati parlamentari consentiti ai membri del Pd a due. Perfetto, così avremo tutti rappresentanti inesperti che si faranno infinocchiare quotidianamente da quelli dello schieramento avversario.
Davvero un bell'inizio, non c'è che dire.
Al prossimo faccia a faccia cartaceo!
Lorenzo Sandiford
lunedì 27 settembre 2010
venerdì 10 settembre 2010
quali primarie per presidenti di governi e giunte
Primarie di coalizione con la possibilità di più candidati del Pd e confronto fra rose di 2-5 elementi dei futuri governi o giunte. Mentre nei contesti in cui il Pd può correre da solo due possibilità a disposizione: i) la candidatura del segretario del Pd oppure ii) primarie aperte anche ai simpatizzanti.
E' la proposta di modifica dello Statuto del Pd che lancio in relazione alle modalità di scelta dei candidati alla guida degli esecutivi dei diversi livelli territoriali: candidati a presidente del consiglio, presidente di Regione o di Provincia e Sindaco.
Con la caduta nei numeri della vocazione maggioritaria generalizzata del Pd, il modello pensato da Veltroni con il segretario - candidato premier naturale (e con un governo ombra ecc. ecc.) è andato in frantumi. E' stranamente rimasta però, nonostante il tanto parlare dei bersaniani dell'obiettivo di un partito solido, propositivo e non succube degli amministratori-governanti, una impostazione contraria a tale obiettivo, sia con il sostegno alla candidatura naturale dei segretari sia di fatto non facendo nulla per allargare la platea degli iscritti (e un partito che non cerca nuovi iscritti, magari per paura di sconvolgere gli attuali equilibri di forze, non ha grandi prospettive, secondo me).
Questa situazione anomala può essere risolta con una correzione dello Statuto tale da prevedere le seguenti due modalità di selezione dei candidati premier (o presidenti o sindaci):
1) nei contesti "a vocazione maggioritaria", cioè dove il Pd può presentarsi alle elezioni davvero da solo, ci sono due possibilità: il candidato premier può essere (a seconda della situazione e in base a quanto deciso dall'assemblea dei delegati) o (i) il segretario del Pd del livello territoriale corrispondente oppure (ii) la persona scelta tramite primarie di partito con più candidati aperte ai simpatizzanti.
Il presupposto è però che i segretari dei vari livelli territoriali siano scelti con congressi molto più trasparenti e intelligenti di quelle attuali, perché se per caso fossero scelti come sembra dai giornali stia succedendo adesso a Firenze si rischierebbe addirittura di perdere le elezioni con un segretario candidato di quel tipo;
2) nei contesti in cui sono necessarie alleanze elettorali con altri partiti, invece, il candidato non può essere che scelto attraverso primarie di coalizione aperte ai simpatizzanti. E queste primarie di coalizione, per non trasformarsi in meccanismi sfascia coalizione, andrebbero fatte nel seguente modo: 2.a) si votano non solo i candidati presidenti, ma dei ticket di 2-5 elementi del futuro esecutivo (presidente, vicepresidente, e qualche ministro/assessore caratterizzante); 2.b) il candidato presidente non deve essere per forza il leader di un partito e anzi ci possono essere più candidati per ogni partito (ovviamente la cosa riguarderà, eventualmente, di fatto solo il partito maggiore).
Inutile dire che questa soluzione 2 non potrebbe essere però scritta nello statuto, se non al massimo come impegno a proporla agli alleati, perché dipenderà anche dalla volontà di costoro.
Primarie di coalizione fatte in questo modo hanno due vantaggi: x) consentono alla gente di scegliere anche una fetta consistente dell'esecutivo; y) non dovrebbero provocare lacerazioni perché condurrebbero ad alleanze interpartitiche.
Lorenzo Sandiford
E' la proposta di modifica dello Statuto del Pd che lancio in relazione alle modalità di scelta dei candidati alla guida degli esecutivi dei diversi livelli territoriali: candidati a presidente del consiglio, presidente di Regione o di Provincia e Sindaco.
Con la caduta nei numeri della vocazione maggioritaria generalizzata del Pd, il modello pensato da Veltroni con il segretario - candidato premier naturale (e con un governo ombra ecc. ecc.) è andato in frantumi. E' stranamente rimasta però, nonostante il tanto parlare dei bersaniani dell'obiettivo di un partito solido, propositivo e non succube degli amministratori-governanti, una impostazione contraria a tale obiettivo, sia con il sostegno alla candidatura naturale dei segretari sia di fatto non facendo nulla per allargare la platea degli iscritti (e un partito che non cerca nuovi iscritti, magari per paura di sconvolgere gli attuali equilibri di forze, non ha grandi prospettive, secondo me).
Questa situazione anomala può essere risolta con una correzione dello Statuto tale da prevedere le seguenti due modalità di selezione dei candidati premier (o presidenti o sindaci):
1) nei contesti "a vocazione maggioritaria", cioè dove il Pd può presentarsi alle elezioni davvero da solo, ci sono due possibilità: il candidato premier può essere (a seconda della situazione e in base a quanto deciso dall'assemblea dei delegati) o (i) il segretario del Pd del livello territoriale corrispondente oppure (ii) la persona scelta tramite primarie di partito con più candidati aperte ai simpatizzanti.
Il presupposto è però che i segretari dei vari livelli territoriali siano scelti con congressi molto più trasparenti e intelligenti di quelle attuali, perché se per caso fossero scelti come sembra dai giornali stia succedendo adesso a Firenze si rischierebbe addirittura di perdere le elezioni con un segretario candidato di quel tipo;
2) nei contesti in cui sono necessarie alleanze elettorali con altri partiti, invece, il candidato non può essere che scelto attraverso primarie di coalizione aperte ai simpatizzanti. E queste primarie di coalizione, per non trasformarsi in meccanismi sfascia coalizione, andrebbero fatte nel seguente modo: 2.a) si votano non solo i candidati presidenti, ma dei ticket di 2-5 elementi del futuro esecutivo (presidente, vicepresidente, e qualche ministro/assessore caratterizzante); 2.b) il candidato presidente non deve essere per forza il leader di un partito e anzi ci possono essere più candidati per ogni partito (ovviamente la cosa riguarderà, eventualmente, di fatto solo il partito maggiore).
Inutile dire che questa soluzione 2 non potrebbe essere però scritta nello statuto, se non al massimo come impegno a proporla agli alleati, perché dipenderà anche dalla volontà di costoro.
Primarie di coalizione fatte in questo modo hanno due vantaggi: x) consentono alla gente di scegliere anche una fetta consistente dell'esecutivo; y) non dovrebbero provocare lacerazioni perché condurrebbero ad alleanze interpartitiche.
Lorenzo Sandiford
Etichette:
Bersani,
coalizione,
partito democratico,
Pd,
primarie,
Statuto,
Veltroni
martedì 7 settembre 2010
querelle Civati-Renzi vs. Bersani-Rossi: con chi mi schiererò
Ceteris paribus, fra Civati-Renzi e Bersani-Rossi, al momento opportuno, mi schiererò con chi mi offre una ricetta più sostanziosa e credibile sul piatto della democrazia interna.
L'ho già scritto anche su questo poco usato blog e lo ripeto: la considero una questione fondamentale per il centrosinistra italiano.
Anzi, proprio per questo, la specificazione "a parità di altre condizioni" è fin troppo prudenziale. Potrei sacrificare sull'altare di tale passaggio democratico interno anche qualche pezzetto di programma, che so, un po' di ambientalismo o di libertarismo o di gradualismo riformatore o di proporzionalità fiscale o di promozione del merito.
Naturalmente, senza esagerare. Se, faccio un esempio paradossale, Pierluigi Bersani ed Enrico Rossi mi garantissero più democrazia interna, ma progettassero di trasformare la Toscana in un'unica grande area metropolitana senza campagne, cementificando tutta la Maremma e la Val d'Orcia, ovviamente sarei costretto ad accantonare per un po' la battaglia per la democrazia interna e schierarmi con gli altri. Oppure, se Giuseppe Civati e Matteo Renzi mi offrissero proposte di modifiche statutarie più convincenti per aprire le porte agli iscritti non cooptati, ma il secondo dei due mi volesse scavare sotto il centro storico di Firenze per farci passare una metropolitana, allora per forza di cose dovrei stare con i suoi oppositori.
Chiarito questo, con chi finirò per schierarmi? Se proprio fossi obbligato a scommettere, punterei sulla coppia Civati-Renzi.
Non tanto perché è Renzi ad aver coniato (o per lo meno divulgato) il termine Pdpd (Partito democratico per davvero). Finora, infatti, allo slogan non è seguita nessuna elaborazione di regole statutarie ad hoc e nemmeno di analisi sulla forma partito a cui si punta.
E nemmeno perché in non pochi commentatori della politica italiana, fra cui ultimamente sul Venerdì di Repubblica un Curzio Maltese in gran forma, a cui aggiungo pure me stesso, si sia fatta strada l'impressione che i bersaniani mirino a ricostruire un novello Pci, o se vogliamo essere meno critici, una riedizione dei Ds. Poiché, tutto sommato, quello che importa non sono le ipotetiche intenzioni di una corrente, ma gli atti del partito e del suo leader, che per ora non hanno fatto accelerazioni in quella direzione.
Quanto piuttosto perché negli ultimi mesi al comando del Pd sono state le truppe di Bersani e di democrazia interna come la intendo io, ad esempio introducendo anche parzialmente il meccanismo delle preferenze nelle liste di appoggio alle varie candidature e mozioni per entrare negli organi assembleari del partito, si è continuato a non vederne traccia come ai tempi di Veltroni, nonostante il tanto parlare di partito solido e ruolo degli iscritti e compagnia bella.
Ma non è una scommessa facile, perché certe scelte di uomini da parte di Renzi non mi convincono proprio. A cominciare dall'ultima, se vera, attribuitagli oggi dal Corriere Fiorentino: quella di un giovane di 26 anni come candidato alla segreteria del Pd, non si capisce se metropolitana o comunale. Il machiavellismo, per me, deve avere dei limiti.
Da non trascurare poi l'eventualità, assai probabile, che nessuno dei due schieramenti offra nulla di concreto sul piatto della democrazia interna.
A quel punto, il mio prendere posizione per l'uno o per l'altro di essi dipenderà dalle "altre condizioni", vale a dire dai contenuti programmatici.
Ma confesso che il mio entusiasmo di iscritto si affievolirebbe molto e comincerei a riflettere sul fatto che forse la mia scelta iniziale, spiegata nel primo post di questo blog, di iscrivermi al Pd sia stata frutto di una speranza con sempre minori chance di realizzarsi, anche in un futuro lontano.
In ogni caso, finché non nasceranno partiti di centrosinistra più avanzati sul piano della democrazia interna reale, non ci sarà il "pericolo" di un mio cambio di partito. Al limite, potrei segnalare la mia insoddisfazione evitando il prossimo anno di rifare la tessera. Argomento, quello del tesseramento, che d'altra parte non sembra interessare molto all'attuale dirigenza del Pd, almeno a livello locale, che anzi sembra evitare campagne di allargamento degli iscritti pur di schivare il rischio (ma sarebbe meglio chiamarla ossessione) di tesserati non desiderati o fuori dai giri dei "nostri", come direbbe Bersani senza specificare a chi alluda con quel noi.
Questa situazione è un peccato perché la democrazia interna reale, combinata con alcune giuste indicazioni di Renzi su come replicare a Berlusconi e di Federico Gelli sul tema della legalità oppure di Rossi sull'imparzialità delle amministrazioni pubbliche e sulla giustizia sociale, potrebbe far recuperare al Pd un bel po' di voti finiti nell'astensionismo, ai grillini o all'Idv.
Lorenzo Sandiford
L'ho già scritto anche su questo poco usato blog e lo ripeto: la considero una questione fondamentale per il centrosinistra italiano.
Anzi, proprio per questo, la specificazione "a parità di altre condizioni" è fin troppo prudenziale. Potrei sacrificare sull'altare di tale passaggio democratico interno anche qualche pezzetto di programma, che so, un po' di ambientalismo o di libertarismo o di gradualismo riformatore o di proporzionalità fiscale o di promozione del merito.
Naturalmente, senza esagerare. Se, faccio un esempio paradossale, Pierluigi Bersani ed Enrico Rossi mi garantissero più democrazia interna, ma progettassero di trasformare la Toscana in un'unica grande area metropolitana senza campagne, cementificando tutta la Maremma e la Val d'Orcia, ovviamente sarei costretto ad accantonare per un po' la battaglia per la democrazia interna e schierarmi con gli altri. Oppure, se Giuseppe Civati e Matteo Renzi mi offrissero proposte di modifiche statutarie più convincenti per aprire le porte agli iscritti non cooptati, ma il secondo dei due mi volesse scavare sotto il centro storico di Firenze per farci passare una metropolitana, allora per forza di cose dovrei stare con i suoi oppositori.
Chiarito questo, con chi finirò per schierarmi? Se proprio fossi obbligato a scommettere, punterei sulla coppia Civati-Renzi.
Non tanto perché è Renzi ad aver coniato (o per lo meno divulgato) il termine Pdpd (Partito democratico per davvero). Finora, infatti, allo slogan non è seguita nessuna elaborazione di regole statutarie ad hoc e nemmeno di analisi sulla forma partito a cui si punta.
E nemmeno perché in non pochi commentatori della politica italiana, fra cui ultimamente sul Venerdì di Repubblica un Curzio Maltese in gran forma, a cui aggiungo pure me stesso, si sia fatta strada l'impressione che i bersaniani mirino a ricostruire un novello Pci, o se vogliamo essere meno critici, una riedizione dei Ds. Poiché, tutto sommato, quello che importa non sono le ipotetiche intenzioni di una corrente, ma gli atti del partito e del suo leader, che per ora non hanno fatto accelerazioni in quella direzione.
Quanto piuttosto perché negli ultimi mesi al comando del Pd sono state le truppe di Bersani e di democrazia interna come la intendo io, ad esempio introducendo anche parzialmente il meccanismo delle preferenze nelle liste di appoggio alle varie candidature e mozioni per entrare negli organi assembleari del partito, si è continuato a non vederne traccia come ai tempi di Veltroni, nonostante il tanto parlare di partito solido e ruolo degli iscritti e compagnia bella.
Ma non è una scommessa facile, perché certe scelte di uomini da parte di Renzi non mi convincono proprio. A cominciare dall'ultima, se vera, attribuitagli oggi dal Corriere Fiorentino: quella di un giovane di 26 anni come candidato alla segreteria del Pd, non si capisce se metropolitana o comunale. Il machiavellismo, per me, deve avere dei limiti.
Da non trascurare poi l'eventualità, assai probabile, che nessuno dei due schieramenti offra nulla di concreto sul piatto della democrazia interna.
A quel punto, il mio prendere posizione per l'uno o per l'altro di essi dipenderà dalle "altre condizioni", vale a dire dai contenuti programmatici.
Ma confesso che il mio entusiasmo di iscritto si affievolirebbe molto e comincerei a riflettere sul fatto che forse la mia scelta iniziale, spiegata nel primo post di questo blog, di iscrivermi al Pd sia stata frutto di una speranza con sempre minori chance di realizzarsi, anche in un futuro lontano.
In ogni caso, finché non nasceranno partiti di centrosinistra più avanzati sul piano della democrazia interna reale, non ci sarà il "pericolo" di un mio cambio di partito. Al limite, potrei segnalare la mia insoddisfazione evitando il prossimo anno di rifare la tessera. Argomento, quello del tesseramento, che d'altra parte non sembra interessare molto all'attuale dirigenza del Pd, almeno a livello locale, che anzi sembra evitare campagne di allargamento degli iscritti pur di schivare il rischio (ma sarebbe meglio chiamarla ossessione) di tesserati non desiderati o fuori dai giri dei "nostri", come direbbe Bersani senza specificare a chi alluda con quel noi.
Questa situazione è un peccato perché la democrazia interna reale, combinata con alcune giuste indicazioni di Renzi su come replicare a Berlusconi e di Federico Gelli sul tema della legalità oppure di Rossi sull'imparzialità delle amministrazioni pubbliche e sulla giustizia sociale, potrebbe far recuperare al Pd un bel po' di voti finiti nell'astensionismo, ai grillini o all'Idv.
Lorenzo Sandiford
venerdì 26 febbraio 2010
per un ambientalismo gradualista e una democrazia interna temperata
Che spazio ci sarà, all'interno del Pd, per un ambientalismo gradualista e una democrazia interna temperata? E chi saranno gli esponenti del partito con cui interloquire per chi, come il sottoscritto, terrà in debito (ma non esclusivo) conto tali parole d'ordine?
A livello nazionale non l'ho ancora capito. Marino prometteva bene, ma dai suoi seguaci toscani non mi sembrano arrivare messaggi del tutto coerenti con le affermazioni di principio del leader. Rutelli non c'è più. Realacci non mi convince sul fronte della difesa della bellezza del paesaggio (vedi ad esempio le insufficienti limitazioni all'uso delle pale eoliche) e perché troppo morbido con le altre anime del Pd. Insomma, io semplice iscritto, nel Pd centrale vedo un buio pesto.
Non diversamente vanno le cose qui in Toscana. Rimanderò esempi e temi polemici a dopo le elezioni regionali, anche perché il centrodestra è peggio ancora su entrambe le tematiche. Mi limito per ora ad osservare che l'interlocutore più credibile nel Pd locale sotto questo doppio profilo è il sindaco di Firenze, Matteo Renzi.
La sua posizione sulla pedonalizzazione di piazza Duomo e soprattutto sul piano strutturale, con l'annuncio di zero aumenti dei volumi edificabili, rappresentano quanto di meglio ci si potesse aspettare sul fronte ambientale in città, in un partito decisamente influenzato dai costruttori. E Renzi dovrà lottare strenuamente per portare a casa i suoi obiettivi senza essere schiacciato dal Pd locale. Ma almeno ci sta provando.
Sul capitolo democrazia interna non si è ancora pronunciato puntualmente, salvo confermare il principio-slogan del "Pdpd" (Partito democratico per davvero), che sottoscrivo ma è ovviamente insufficiente. Anche se, dalla sua, c'è il fatto di essersi battuto alle primarie fiorentine contro quella parte del partito che voleva inizialmente evitarle.
Vedremo.
Intanto, in attesa di altri leader nazionali interessati a questi temi, mi limito a delineare in poche parole perché ho aggiunto "gradualista" ad ambientalismo e "temperata" a democrazia interna. Dal momento che in effetti avrei potuto accontentarmi di "ambientalismo" e "democrazia interna": ideali che mi appartengono da diversi anni.
Il motivo è duplice. Da una parte quelle espressioni descrivono meglio la mia posizione effettiva. Visto che di ambientalismi possibili, fra apocalittici per il ritorno allo stato di natura rousseauiano ed integrati pro cure infrastrutturali d'ogni sorta, ce ne sono diversi. Dall'altra c'è una ragione di tipo tattico: in un partito come il Pd di oggi parlare di ambientalismo e di democrazia interna sic et simpliciter significa scatenare il riflesso condizionato di tanti esponenti di vertice. Che al solo sentire tali parole si immaginano chissà quali posizioni di ecologismo retrogrado e di democrazia assembleare anarcoide.
E invece per me "ambientalismo gradualista", sulla falsariga del mio "riformismo gradualista", equivale semplicemente ad un ambientalismo che non vuole strafare, che non procede a scatti ma pianificando, che punta solo (o almeno prima di tutto) alle costruzioni che servono davvero, che introduce nuove forme di produzione energetica con un occhio di estremo riguardo per la bellezza del paesaggio italiano (scegliendo per esempio accuratamente dove si possono posizionare le pale eoliche e i rigassificatori), che lotta prima contro l'uso dell'auto per andare a lavoro (e per la riconversione verso modelli ecologici) che contro il possesso da parte anche dei meno abbienti di questo strumento di libertà per il tempo libero attraverso il nostro splendido territorio.
Altrettanto semplice è il senso che do all'etichetta "democrazia interna temperata". E' una visione del partito anti-verticistica in cui tutti possono emergere e non solo quelli decisi dall'alto quasi fossimo in un esercito (come è stato finora anche nell'impostazione veltroniana, in questo senso ancorata al passato).
Un partito dunque con democrazia interna reale, che non vuol dire rinunciare a una cabina di comando, ma permettere che ad essa, tramite appropriati meccanismi di formazione delle assemblee e degli organi di partito, possano accedere anche (almeno in certa percentuale) degli outsider non cooptati dai vertici.
Sarò il solo a pensarla in questo modo?
Non lo so, ma il mio consenso nel Pd se lo guadagnerà chi si muoverà meglio nelle due direzioni sopra descritte: ambientalismo gradualista e democrazia interna temperata.
Lorenzo Sandiford
A livello nazionale non l'ho ancora capito. Marino prometteva bene, ma dai suoi seguaci toscani non mi sembrano arrivare messaggi del tutto coerenti con le affermazioni di principio del leader. Rutelli non c'è più. Realacci non mi convince sul fronte della difesa della bellezza del paesaggio (vedi ad esempio le insufficienti limitazioni all'uso delle pale eoliche) e perché troppo morbido con le altre anime del Pd. Insomma, io semplice iscritto, nel Pd centrale vedo un buio pesto.
Non diversamente vanno le cose qui in Toscana. Rimanderò esempi e temi polemici a dopo le elezioni regionali, anche perché il centrodestra è peggio ancora su entrambe le tematiche. Mi limito per ora ad osservare che l'interlocutore più credibile nel Pd locale sotto questo doppio profilo è il sindaco di Firenze, Matteo Renzi.
La sua posizione sulla pedonalizzazione di piazza Duomo e soprattutto sul piano strutturale, con l'annuncio di zero aumenti dei volumi edificabili, rappresentano quanto di meglio ci si potesse aspettare sul fronte ambientale in città, in un partito decisamente influenzato dai costruttori. E Renzi dovrà lottare strenuamente per portare a casa i suoi obiettivi senza essere schiacciato dal Pd locale. Ma almeno ci sta provando.
Sul capitolo democrazia interna non si è ancora pronunciato puntualmente, salvo confermare il principio-slogan del "Pdpd" (Partito democratico per davvero), che sottoscrivo ma è ovviamente insufficiente. Anche se, dalla sua, c'è il fatto di essersi battuto alle primarie fiorentine contro quella parte del partito che voleva inizialmente evitarle.
Vedremo.
Intanto, in attesa di altri leader nazionali interessati a questi temi, mi limito a delineare in poche parole perché ho aggiunto "gradualista" ad ambientalismo e "temperata" a democrazia interna. Dal momento che in effetti avrei potuto accontentarmi di "ambientalismo" e "democrazia interna": ideali che mi appartengono da diversi anni.
Il motivo è duplice. Da una parte quelle espressioni descrivono meglio la mia posizione effettiva. Visto che di ambientalismi possibili, fra apocalittici per il ritorno allo stato di natura rousseauiano ed integrati pro cure infrastrutturali d'ogni sorta, ce ne sono diversi. Dall'altra c'è una ragione di tipo tattico: in un partito come il Pd di oggi parlare di ambientalismo e di democrazia interna sic et simpliciter significa scatenare il riflesso condizionato di tanti esponenti di vertice. Che al solo sentire tali parole si immaginano chissà quali posizioni di ecologismo retrogrado e di democrazia assembleare anarcoide.
E invece per me "ambientalismo gradualista", sulla falsariga del mio "riformismo gradualista", equivale semplicemente ad un ambientalismo che non vuole strafare, che non procede a scatti ma pianificando, che punta solo (o almeno prima di tutto) alle costruzioni che servono davvero, che introduce nuove forme di produzione energetica con un occhio di estremo riguardo per la bellezza del paesaggio italiano (scegliendo per esempio accuratamente dove si possono posizionare le pale eoliche e i rigassificatori), che lotta prima contro l'uso dell'auto per andare a lavoro (e per la riconversione verso modelli ecologici) che contro il possesso da parte anche dei meno abbienti di questo strumento di libertà per il tempo libero attraverso il nostro splendido territorio.
Altrettanto semplice è il senso che do all'etichetta "democrazia interna temperata". E' una visione del partito anti-verticistica in cui tutti possono emergere e non solo quelli decisi dall'alto quasi fossimo in un esercito (come è stato finora anche nell'impostazione veltroniana, in questo senso ancorata al passato).
Un partito dunque con democrazia interna reale, che non vuol dire rinunciare a una cabina di comando, ma permettere che ad essa, tramite appropriati meccanismi di formazione delle assemblee e degli organi di partito, possano accedere anche (almeno in certa percentuale) degli outsider non cooptati dai vertici.
Sarò il solo a pensarla in questo modo?
Non lo so, ma il mio consenso nel Pd se lo guadagnerà chi si muoverà meglio nelle due direzioni sopra descritte: ambientalismo gradualista e democrazia interna temperata.
Lorenzo Sandiford
mercoledì 13 gennaio 2010
da fan della Lorenzetti dico no al terzo mandato
Come testimoniato dal post del 15 luglio 2009 su questo blog, sono un vero e proprio fan di Rita Lorenzetti. Dirò di più: la considero la migliore politica italiana (anche se devo ammettere che questo mio giudizio non è suffragato da una conoscenza sufficientemente solida).
Nonostante ciò, sono fermamente contrario alla sua ricandidatura alla presidenza dell'Umbria. Quando si parla di terzo mandato, ai miei occhi, si fuoriesce dai confini naturali di una democrazia sana per avventurarsi nei territori incerti della post-democrazia, di una democrazia sempre meno sostanziale.
Preferisco lasciare al centro-destra mostruosità come un eventuale quarto mandato di Formigoni (ma a dire il vero, preferirei che fossero vietate dalla legge) o agli Stati Uniti mostruosità come la recente rielezione multimilionaria di Bloomberg a New York (ma a dire il vero, noi abbiamo il presidente del consiglio con il più grande conflitto d'interessi dell'universo).
Bè, lasciamo perdere. Il partito democratico deve essere un'altra cosa: un soggetto che contribuisce al corretto funzionamento della democrazia italiana. Senza tentazioni moralistiche, ma con un occhio attento al rapporto fra cittadini ed eletti e nominati e dirigenti di partito.
Lorenzo Sandiford
Nonostante ciò, sono fermamente contrario alla sua ricandidatura alla presidenza dell'Umbria. Quando si parla di terzo mandato, ai miei occhi, si fuoriesce dai confini naturali di una democrazia sana per avventurarsi nei territori incerti della post-democrazia, di una democrazia sempre meno sostanziale.
Preferisco lasciare al centro-destra mostruosità come un eventuale quarto mandato di Formigoni (ma a dire il vero, preferirei che fossero vietate dalla legge) o agli Stati Uniti mostruosità come la recente rielezione multimilionaria di Bloomberg a New York (ma a dire il vero, noi abbiamo il presidente del consiglio con il più grande conflitto d'interessi dell'universo).
Bè, lasciamo perdere. Il partito democratico deve essere un'altra cosa: un soggetto che contribuisce al corretto funzionamento della democrazia italiana. Senza tentazioni moralistiche, ma con un occhio attento al rapporto fra cittadini ed eletti e nominati e dirigenti di partito.
Lorenzo Sandiford
domenica 25 ottobre 2009
tappa congressuale n. 2: chi ho votato e perché
Preferisco dichiarare pubblicamente chi ho votato alle primarie di oggi prima di conoscerne l'esito.
Ebbene, a livello nazionale, nonostante gli errori madornali di Franceschini delle ultime giornate, su cui ha già detto quasi tutto il 23 ottobre scorso su La Stampa Massimo Gramellini col suo Buongiorno intitolato "I vice del vice", ho deciso di votarlo tramite la lista 'semplicemente democratici'.
Neanche Franceschini ha secondo me serie possibilità di portare il Pd ai risultati elettorali che sarebbero necessari, ma la sua mozione è quella che mi sembra più utile alla causa del mantenimento in vita del partito democratico, in attesa di tempi migliori. A meno che il centro-destra e in particolare il Pdl non faccia harakiri. In ogni caso, chiunque vinca fra Bersani, Franceschini e Marino mi sta bene: queste sono le regole della democrazia interna. E devo ammettere che mi ha sorpreso positivamente la campagna dell'outsider Marino, che ha dimostrato idee nonché capacità dialettiche e comunicative superiori a quelle che mi aspettavo, anche se continuo a non avere troppa fiducia nella solidità della sua squadra.
A livello regionale, attenendomi così ancora una volta allo schema di votazione disgiunta della prima tappa, ho optato per Andrea Manciulli attraverso la lista 'Democratici made in Toscana', nella quale del resto ero inserito nel Collegio 2 - Firenze Città, sia pure al sestultimo posto e dunque senza chance alcuna di entrare nell'assemblea regionale. Manciulli mi sembra il candidato migliore dei tre: quello che può portare il Pd regionale a risultati elettorali migliori in futuro. Anche se pure gli altri due, Siliani e Fragai, potrebbero condurre bene il partito.
Adesso non resta che attendere l'esito delle urne.
Lorenzo Sandiford
Ebbene, a livello nazionale, nonostante gli errori madornali di Franceschini delle ultime giornate, su cui ha già detto quasi tutto il 23 ottobre scorso su La Stampa Massimo Gramellini col suo Buongiorno intitolato "I vice del vice", ho deciso di votarlo tramite la lista 'semplicemente democratici'.
Neanche Franceschini ha secondo me serie possibilità di portare il Pd ai risultati elettorali che sarebbero necessari, ma la sua mozione è quella che mi sembra più utile alla causa del mantenimento in vita del partito democratico, in attesa di tempi migliori. A meno che il centro-destra e in particolare il Pdl non faccia harakiri. In ogni caso, chiunque vinca fra Bersani, Franceschini e Marino mi sta bene: queste sono le regole della democrazia interna. E devo ammettere che mi ha sorpreso positivamente la campagna dell'outsider Marino, che ha dimostrato idee nonché capacità dialettiche e comunicative superiori a quelle che mi aspettavo, anche se continuo a non avere troppa fiducia nella solidità della sua squadra.
A livello regionale, attenendomi così ancora una volta allo schema di votazione disgiunta della prima tappa, ho optato per Andrea Manciulli attraverso la lista 'Democratici made in Toscana', nella quale del resto ero inserito nel Collegio 2 - Firenze Città, sia pure al sestultimo posto e dunque senza chance alcuna di entrare nell'assemblea regionale. Manciulli mi sembra il candidato migliore dei tre: quello che può portare il Pd regionale a risultati elettorali migliori in futuro. Anche se pure gli altri due, Siliani e Fragai, potrebbero condurre bene il partito.
Adesso non resta che attendere l'esito delle urne.
Lorenzo Sandiford
cosa penso di D'Alema (con i se e con i ma)
Qual è la mia opinione su Massimo D'Alema? La risposta più sintetica che mi viene in mente è il seguente, semplicissimo, test immaginario:
Se mi fosse miracolosamente concessa la facoltà di nominare il prossimo presidente del consiglio, per ora, almeno fra i politici del centro-sinistra, sceglierei D'Alema, perché penso che governerebbe meglio degli altri.
Se avessi la facoltà, invece, di nominare il prossimo candidato premier del centro-sinistra, non lo sceglierei, perché penso che alle elezioni prenderebbe meno voti di quanti potrebbero prenderne altri esponenti del centro-sinistra, anche se non vedo al momento alternative particolarmente convincenti.
Se mi fosse data, infine, la facoltà di nominare il prossimo segretario del partito democratico, di nuovo non lo sceglierei, sia per ragioni d'insufficiente appeal elettorale sia perché mi sembra avere una concezione del partito troppo verticistica e manovriera.
Arricchisco la risposta con qualche integrazione. Primo, se si dovessero prendere in considerazione anche esponenti "tecnici", sarei un po' più incerto nella scelta del presidente del consiglio da nominare, perché non mi dispiacerebbero neanche Draghi e Passera (ammesso e non concesso che costoro fossero interessati). Secondo, siccome non è detto che la mia opinione circa l'insufficiente appeal elettorale di D'Alema sia giusta, sarei favorevolissimo alla sua partecipazione a primarie sia come candidato premier che come candidato segretario di partito e altrettanto favorevolmente accetterei una sua eventuale vittoria.
Questa valutazione, astratta e fuori tempo, mi è tornata alla mente dopo aver letto, il 13 ottobre scorso su Qn - La Nazione, un articolo di Andrea Cangini su Massimo D'Alema e in particolare il virgolettato attribuito a Emanuele Macaluso. Macaluso fa un ritratto molto critico di D'Alema, sostenendo che pur essendo costui il più intelligente del suo schieramento finisce per non azzeccarne mai una, forse proprio perché "sopravvaluta la propria intelligenza e sottovaluta quella altrui". E fa alcuni esempi di fallimenti politici del leader maximo, fra cui la Bicamerale e l'affossamento dell'Ulivo. Tutto ciò per arrivare alla conclusione che per Bersani sarebbe meglio distanziarsi il più possibile da D'Alema.
Ora, pur avendo deciso di votare Franceschini nelle primarie di oggi a livello nazionale e non essendo quindi certamente catalogabile come dalemiano, trovo del tutto lacunosa e quindi sbagliata la valutazione di Macaluso (e diversi altri).
Dirò in breve perché e nel fare questo spiegherò anche il motivo per cui ho fiducia in lui come uomo di governo (nel senso di "al governo") pur non avendone molta in lui come candidato ad alcunché (e quindi come uomo politico a 360 gradi).
In realtà, credo che l'intelligenza politica di D'Alema non sia affatto virtuale e che (se la mia memoria non incorre in errori) si sia invece manifestata concretamente in diverse occasioni: dal modo in cui contribuì alla caduta del primo governo Berlusconi negli anni '90 sfruttando i problemi di costui con la Lega Nord e portando Dini nel campo del centrosinistra; all'efficace blitz con cui propose la candidatura di Prodi, che aveva appena finito la sua prima esperienza di governo, alla presidenza della Commissione europea senza dare il tempo ad altri di fare candidature alternative e contribuendo così in maniera decisiva al successo della medesima; a diverse azioni di diplomazia internazionale quali il contributo fondamentale alla risoluzione del caso Baraldini e, come ministro degli esteri nell'ultimo governo Prodi, la creazione di forze di interposizione ai confini del Libano.
Inoltre, come mi è già capitato di sostenere anni fa in un forum del sito web di Repubblica, anche molti dei suoi cosiddetti errori, se analizzati meglio, non lo sono affatto. Almeno dal punto di vista della sua carriera politica, anche se in effetti non sono state le scelte migliori per il bene comune del centro-sinistra. In questa categoria ho sempre classificato, ad esempio, sia la Bicamerale che la Cosa 2, giudicando negativamente per le sorti del centro-sinistra soprattutto la seconda (per ragioni che ora non sto a ritirar fuori). E vi annovero, adesso, il suo tentativo di ridisegnare l'assetto del partito democratico. Tutti e tre esempi di operazioni politiche molto intelligenti ed efficaci per non far perdere un ruolo di primo piano nei giochi politici del Paese a D'Alema in momenti in cui rischiava di essere messo in disparte (anche a causa dello scarso consenso elettorale che ha sempre avuto, in parte per antipatia personale in parte per i rapporti difficili con la stampa). E, sottolineo, esempi di operazioni il cui possibile esito negativo o comunque non positivo per il centro-sinistra erano, a mio parere, ampiamente previsti e messi in conto da D'Alema stesso e il suo entourage.
Alla luce di ciò, D'Alema di errori ne ha commessi molti meno di quanti pensano Macaluso ed altri e si è dimostrato un ottimo politico. Un politico forse nocivo per il centro-sinistra quando non è stato al governo, ma comunque in grado di restare a galla in condizioni quasi proibitive. Anzi, si potrebbe dire che D'Alema rappresenta un problema per il centro-sinistra proprio in quanto troppo bravo. Nel senso che uno così quando è al potere è utilissimo ed efficacissimo, ma quando non ha cariche istituzionali diventa nocivo perché pur di riprendersele è capace di inventare di tutto con successo anche senza un ampio supporto degli elettori.
E' curioso notare che anche l'altro big del partito democratico, Walter Veltroni, che negli anni '90 era sempre stato ai miei occhi dalla "parte giusta" per il bene del centrosinistra in contrapposizione a D'Alema, abbia finito per fare operazioni simili durante l'ultimo governo Prodi: operazioni forse necessarie a lui personalmente, ma negative per il centrosinistra e per il governo Prodi in quel momento, che infatti è caduto anche a causa di queste. A dire il vero, a differenza di D'Alema, Veltroni qualche alternativa l'aveva, perché poteva essere più attendista durante il Governo Prodi senza compromettere la carriera personale (anche se la disastrosa terapia shock di Prodi, cioè l'assenza di gradualismo riformatore, con Visco e Bersani scatenati contro alcune categorie economiche lo stava mettendo a dura prova). Si trattava di attendere un po' di tempo in più facendo durare ancora la presidenza Prodi (magari prendendone un po' le distanze), senza mettersi a dialogare con Berlusconi (proprio quando era in drammatica crisi con gli alleati) in vista della costruzione di un sistema bipartitico funzionale alla sua idea di partito democratico, ma che significava la soppressione del partito di Mastella e di altri alleati al governo insieme a Prodi. E' anche per questo che ormai, anche se mi sono sempre piaciute le idee di Veltroni sul Pd e su molti temi, lo considero un politico meno bravo di D'Alema. La sua incapacità organizzativa e nella scelta degli uomini su cui puntare ha fatto il resto. Applicando al solito principi di carità ermeneutica, non escludo, comunque, che dietro a questi piccoli errori di Veltroni ci siano delle scusanti di carattere privato. Probabilmente aveva voglia di chiudere in fretta il capitolo "politica" e di dedicarsi alla sua nuova passione: la scrittura e la creazione artistica.
Ho voluto scrivere queste righe prima dell'esito delle primarie, perché in relazione a certi risultati, esse potrebbero sembrare poco eleganti.
Lorenzo Sandiford
Se mi fosse miracolosamente concessa la facoltà di nominare il prossimo presidente del consiglio, per ora, almeno fra i politici del centro-sinistra, sceglierei D'Alema, perché penso che governerebbe meglio degli altri.
Se avessi la facoltà, invece, di nominare il prossimo candidato premier del centro-sinistra, non lo sceglierei, perché penso che alle elezioni prenderebbe meno voti di quanti potrebbero prenderne altri esponenti del centro-sinistra, anche se non vedo al momento alternative particolarmente convincenti.
Se mi fosse data, infine, la facoltà di nominare il prossimo segretario del partito democratico, di nuovo non lo sceglierei, sia per ragioni d'insufficiente appeal elettorale sia perché mi sembra avere una concezione del partito troppo verticistica e manovriera.
Arricchisco la risposta con qualche integrazione. Primo, se si dovessero prendere in considerazione anche esponenti "tecnici", sarei un po' più incerto nella scelta del presidente del consiglio da nominare, perché non mi dispiacerebbero neanche Draghi e Passera (ammesso e non concesso che costoro fossero interessati). Secondo, siccome non è detto che la mia opinione circa l'insufficiente appeal elettorale di D'Alema sia giusta, sarei favorevolissimo alla sua partecipazione a primarie sia come candidato premier che come candidato segretario di partito e altrettanto favorevolmente accetterei una sua eventuale vittoria.
Questa valutazione, astratta e fuori tempo, mi è tornata alla mente dopo aver letto, il 13 ottobre scorso su Qn - La Nazione, un articolo di Andrea Cangini su Massimo D'Alema e in particolare il virgolettato attribuito a Emanuele Macaluso. Macaluso fa un ritratto molto critico di D'Alema, sostenendo che pur essendo costui il più intelligente del suo schieramento finisce per non azzeccarne mai una, forse proprio perché "sopravvaluta la propria intelligenza e sottovaluta quella altrui". E fa alcuni esempi di fallimenti politici del leader maximo, fra cui la Bicamerale e l'affossamento dell'Ulivo. Tutto ciò per arrivare alla conclusione che per Bersani sarebbe meglio distanziarsi il più possibile da D'Alema.
Ora, pur avendo deciso di votare Franceschini nelle primarie di oggi a livello nazionale e non essendo quindi certamente catalogabile come dalemiano, trovo del tutto lacunosa e quindi sbagliata la valutazione di Macaluso (e diversi altri).
Dirò in breve perché e nel fare questo spiegherò anche il motivo per cui ho fiducia in lui come uomo di governo (nel senso di "al governo") pur non avendone molta in lui come candidato ad alcunché (e quindi come uomo politico a 360 gradi).
In realtà, credo che l'intelligenza politica di D'Alema non sia affatto virtuale e che (se la mia memoria non incorre in errori) si sia invece manifestata concretamente in diverse occasioni: dal modo in cui contribuì alla caduta del primo governo Berlusconi negli anni '90 sfruttando i problemi di costui con la Lega Nord e portando Dini nel campo del centrosinistra; all'efficace blitz con cui propose la candidatura di Prodi, che aveva appena finito la sua prima esperienza di governo, alla presidenza della Commissione europea senza dare il tempo ad altri di fare candidature alternative e contribuendo così in maniera decisiva al successo della medesima; a diverse azioni di diplomazia internazionale quali il contributo fondamentale alla risoluzione del caso Baraldini e, come ministro degli esteri nell'ultimo governo Prodi, la creazione di forze di interposizione ai confini del Libano.
Inoltre, come mi è già capitato di sostenere anni fa in un forum del sito web di Repubblica, anche molti dei suoi cosiddetti errori, se analizzati meglio, non lo sono affatto. Almeno dal punto di vista della sua carriera politica, anche se in effetti non sono state le scelte migliori per il bene comune del centro-sinistra. In questa categoria ho sempre classificato, ad esempio, sia la Bicamerale che la Cosa 2, giudicando negativamente per le sorti del centro-sinistra soprattutto la seconda (per ragioni che ora non sto a ritirar fuori). E vi annovero, adesso, il suo tentativo di ridisegnare l'assetto del partito democratico. Tutti e tre esempi di operazioni politiche molto intelligenti ed efficaci per non far perdere un ruolo di primo piano nei giochi politici del Paese a D'Alema in momenti in cui rischiava di essere messo in disparte (anche a causa dello scarso consenso elettorale che ha sempre avuto, in parte per antipatia personale in parte per i rapporti difficili con la stampa). E, sottolineo, esempi di operazioni il cui possibile esito negativo o comunque non positivo per il centro-sinistra erano, a mio parere, ampiamente previsti e messi in conto da D'Alema stesso e il suo entourage.
Alla luce di ciò, D'Alema di errori ne ha commessi molti meno di quanti pensano Macaluso ed altri e si è dimostrato un ottimo politico. Un politico forse nocivo per il centro-sinistra quando non è stato al governo, ma comunque in grado di restare a galla in condizioni quasi proibitive. Anzi, si potrebbe dire che D'Alema rappresenta un problema per il centro-sinistra proprio in quanto troppo bravo. Nel senso che uno così quando è al potere è utilissimo ed efficacissimo, ma quando non ha cariche istituzionali diventa nocivo perché pur di riprendersele è capace di inventare di tutto con successo anche senza un ampio supporto degli elettori.
E' curioso notare che anche l'altro big del partito democratico, Walter Veltroni, che negli anni '90 era sempre stato ai miei occhi dalla "parte giusta" per il bene del centrosinistra in contrapposizione a D'Alema, abbia finito per fare operazioni simili durante l'ultimo governo Prodi: operazioni forse necessarie a lui personalmente, ma negative per il centrosinistra e per il governo Prodi in quel momento, che infatti è caduto anche a causa di queste. A dire il vero, a differenza di D'Alema, Veltroni qualche alternativa l'aveva, perché poteva essere più attendista durante il Governo Prodi senza compromettere la carriera personale (anche se la disastrosa terapia shock di Prodi, cioè l'assenza di gradualismo riformatore, con Visco e Bersani scatenati contro alcune categorie economiche lo stava mettendo a dura prova). Si trattava di attendere un po' di tempo in più facendo durare ancora la presidenza Prodi (magari prendendone un po' le distanze), senza mettersi a dialogare con Berlusconi (proprio quando era in drammatica crisi con gli alleati) in vista della costruzione di un sistema bipartitico funzionale alla sua idea di partito democratico, ma che significava la soppressione del partito di Mastella e di altri alleati al governo insieme a Prodi. E' anche per questo che ormai, anche se mi sono sempre piaciute le idee di Veltroni sul Pd e su molti temi, lo considero un politico meno bravo di D'Alema. La sua incapacità organizzativa e nella scelta degli uomini su cui puntare ha fatto il resto. Applicando al solito principi di carità ermeneutica, non escludo, comunque, che dietro a questi piccoli errori di Veltroni ci siano delle scusanti di carattere privato. Probabilmente aveva voglia di chiudere in fretta il capitolo "politica" e di dedicarsi alla sua nuova passione: la scrittura e la creazione artistica.
Ho voluto scrivere queste righe prima dell'esito delle primarie, perché in relazione a certi risultati, esse potrebbero sembrare poco eleganti.
Lorenzo Sandiford
Etichette:
Bersani,
Cangini,
Macaluso,
Massimo D'Alema,
partito democratico,
Pd,
politica italiana,
primarie,
Romano Prodi,
Walter Veltroni
Iscriviti a:
Post (Atom)
